Esiste un problema comunicativo tra scienziati e policy maker? Sembra proprio di sì. L’attuale pandemia globale, infatti, oltre a evidenziare i limiti degli organi di informazione nel trattare con accortezza e accuratezza le notizie scientifiche (vedi Pillola 2), ha fatto emergere le difficoltà che caratterizzano il dialogo tra scienziati, i comunicatori della scienza e i decision maker, siano questi politici oppure operatori di settore, ad esempio i medici.

Per quanto riguarda l’ambito politico e governativo (science advice to policy), sebbene il ruolo della consulenza scientifica abbia ricevuto crescente attenzione negli ultimi anni, mancano, o sembrano poco incisivi quando esistono, metodologie, strumenti e modelli comunicativi efficaci; ponti che riescano, nel rispetto delle rispettive aree di azione, a superare la rigida separazione tra scienza e policy maker.

La centralità e l’importanza dello sviluppo di un approccio culturale, comunicativo e normativo che renda più fluido, trasparente e costruttivo questo dialogo è sottolineata da un recente studio da parte dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, che affronta proprio il tema della consulenza scientifica per la gestione di crisi transnazionali come quelle scatenate da epidemie o disastri naturali:

La consulenza scientifica svolge un ruolo importante in tutte le fasi della gestione di una crisi: preparazione, risposta e ripresa. Può essere particolarmente utile nel momento in cui si verifica e si sviluppa una crisi nella parte di sensibilizzazione. Tuttavia, questo valore dipende dalla qualità e dalla tempestività della consulenza e, soprattutto, dalla rilevanza che assume nel supporto alle decisioni che gli amministratori e i responsabili politici devono prendere durante una crisi. Una consulenza scientifica rigorosa richiede l’accesso a dati, informazioni e competenze pertinenti, tra discipline differenti e a livello transfrontaliero. Per garantire che questa consulenza sia utile sono necessari collegamenti efficaci tra i processi di consulenza scientifica e i meccanismi di gestione delle crisi, anche a livello internazionale.

 

Il Parlamento europeo, così come molti altri parlamenti nazionali (Inghilterra, Francia, Germania, Svezia, Belgio, Grecia, Finlandia, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi, Svizzera, Spagna, Cile, Messico, ad esempio) possiedono già, o stanno implementando nei loro sistemi di governo, meccanismi ed organismi di consulenza scientifica che, pur declinati secondo le tradizioni scientifiche e istituzionali locali, mettono, in maniera sistematica e regolamentata, le conoscenze scientifiche al servizio dei decisori politici e dei processi di deliberazione democratica.

Tuttavia, a dispetto di questi segnali e iniziative, le difficoltà dell’ambito politico-istituzionale a interpretare e a mettere in campo azioni efficaci, coordinate e coerenti rispetto alle indicazioni degli organismi di consulenza scientifica, restano importanti ed evidenti, come raccontato da un’inchiesta di Politico sulla reazione europea nelle prime fasi di diffusione del Coronavirus SARS-CoV-2.

In Italia, il quadro è più grave e lacunoso, mancando infatti un servizio strutturato di documentazione e consulenza dedicato ai temi di scienza e tecnologia che operi a supporto dell’organo legislativo. Segnaliamo, a tale proposito, l’iniziativa di un gruppo di ricercatori e giornalisti scientifici che lo scorso 4 aprile 2019 ha lanciato l’appello #ScienzaInParlamento, proponendo di istituire un organismo indipendente dotato di uno staff tecnico di consulenti scientifici “al servizio della democrazia, per permettere decisioni solide e informate per il futuro del nostro Paese”.

Infine, per il contesto italiano, queste criticità sembrano evidenti anche al di fuori dell’ambito e della dimensione politico-governativa nazionale. Infatti, come segnalato da Wired, la mancanza di protocolli per gestire l’emergenza si è avvertita anche nella risposta dei sistemi sanitari territoriali, mentre, tra le categorie professionali più colpite, il caso più eclatante è quello dei medici di base, come raccontato da il Post: un ordine di specialisti “lasciato a se stesso a gestire i propri pazienti nel mezzo di un’epidemia senza precedenti nella storia recente, priva degli strumenti necessari per affrontarla sia dal punto di vista delle linee guida e delle norme da seguire, sia per quanto riguarda i dispositivi di protezione individuale”.

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