Il modo in cui viene più o meno implicitamente trattato il pubblico è cruciale nella comunicazione, in particolare quando per pubblico si intende l’insieme di tutti i cittadini di una nazione. Ed è di fondamentale importanza se la comunicazione scientifica (e non solo quella) è volta a promuovere dei cambiamenti radicali nelle abitudini. A questo scopo, bisogna entrare in empatia con le persone a cui ci si rivolge. E occorre evitare di assumere atteggiamenti paternalistici, derisori o aggressivi. Si tratta di accorgimenti che sono stati evocati in più occasioni già dalle prime fasi dell’epidemia. Un esempio significativo è rappresentato da un post apparso il 22 febbraio sul blog della psicoterapeuta Costanza Jesurum dal titolo “Coronavirus e comunicazione scientifica” da cui si legge:

Quello che serve è che chi legge, o ascolta o si connette a internet, si senta una persona adulta responsabile di sé e del prossimo, presa sul serio, con cui si sta parlando di cose serie tra pari. Il che avviene scegliendo con cura le parole nel dire cosa è opportuno fare e mostrando di prendere sul serio i timori di cui è eventualmente portatore. Fornire dei perché quando è possibile non è peregrino. La capacità delle mani di toccare tante superfici e la nostra tendenza a toccarci il viso, la bocca con gesti automatici e irriflessi le rende per esempio un medium molto potente per il contagio, un medium più potente della nostra bocca: ed ecco perché lavarle spesso e a lungo è più protettivo di indossare una mascherina. Spiegare serve non solo a far capire – ma serve anche a dire all’altro: io so che tu capisci perchè sei come me, che dici, ci conviene agire di conseguenza?.

Non aiuta di certo l’impiego massiccio di una comunicazione basata su un frame narrativo bellico. Il linguaggio della guerra è diventato presto quello dominante. Si parla di guerra al virus, di medici e infermieri come eroi in prima fila, di vaccini e farmaci come armi, ecc.

L’uso della metafora bellica presenta una serie di effetti collaterali che occorre considerare. Come scrive Adriano Solidoro sul sito di Doppiozero il 17 aprile:

Può essere pericoloso affrontare una crisi invocando un’analogia con la guerra. La guerra è il caos. La guerra è morte e distruzione senza limiti. Per definizione, essa comprende eventi incontrollabili e casuali che si verificano quando si sprofonda in un vacuum legislativo e sociale perché le leggi e le convenzioni che vincolano le persone e le società in tempo di pace non si applicano più.

La guerra è per sua natura divisiva. E il linguaggio della guerra divide le comunità. Abbiamo visto svuotare i supermercati da chi preso dal panico perseguiva il tentativo – particolarmente insensato – di avvantaggiarsi rispetto agli altri prevenendo il razionamento “in tempo di guerra”; e negli Stati Uniti le fila davanti ai negozi di armi di persone che forse pensano che la miglior difesa contro un’epidemia da Covid-19 sia di armarsi di un fucile semiautomatico Beretta. In Lombardia, c’è stata la fuga dei lavoratori e degli studenti del sud d’Italia incuranti della possibilità di essere portatori essi stessi di contagio e nella Francia rurale, i cartelli avvertono i fuggitivi parigini di andare altrove – un’eco inquietante degli eventi accaduti durante l’occupazione nazista.

L’approccio comunicativo basato sul linguaggio della guerra genera inevitabilmente una figura che abbiamo visto emergere con forza sui mezzi di informazione e nei social network, quella del nemico. Il nemico esterno, generalmente il virus, e quello interno da individuare tra i concittadini. Ne parla Matteo Pascoletti sul sito di Valigia Blu il 29 marzo:

In guerra per fronteggiare il nemico bisogna serrare i ranghi, le proprie fila, e nulla disgusta più del sedizioso o del collaborazionista. Ecco perciò che la guerra al COVID-19 ha scovato tra le tipologie di nemici interni chi corre nei parchi. Il “runner”, termine inglese che ammanta di esotico mistero il semplice uscire di casa una mezz’ora, o forse più, per sfuggire al logorio dell’isolamento totale in casa.

Questa sproporzione tra immaginario da caccia all’untore e realtà si nota ancora di più guardando i dati forniti dal Viminale e la loro copertura. Commentando, ad esempio, quelli della settimana tra l’11 e il 18 marzo, Repubblica titola “Coronavirus, Viminale: ‘Denunciati quasi 8mila, il 13,5 % in più in due giorni’”. Messa così sembra di essere di fronte a un improvviso e preoccupante incremento. Ma se si scorre l’articolo si vede come, nella settimana di riferimento, le denunce riguardino, al massimo, meno del 7% dei controllati, tra cittadini ed esercizi commerciali, con una media giornaliera che sta quasi sempre sotto il 4,5%.

Si rende quindi utile sostituire la narrazione bellica con una narrazione improntata piuttosto sul concetto di solidarietà, decisamente più affine a quello di empatia di cui si è parlato prima. Sempre sul sito di Valigia Blu si legge:

Proprio ora che il virus ci impone distanza, rapporti mediati dobbiamo riscoprire il concetto di società e, soprattutto, i valori sui cui la si vuole fondare. Se produrre significa esporre al contagio, allora c’è bisogno di ripensare il lavoro, persino superarlo. Se il lavoro permette di sopravvivere attraverso il salario, allora c’è da superare il concetto di salario. Ma se invece, come collettività, in un momento così critico, riusciamo a vederci solo come esercito, come reparti che devono obbedire a una catena di comando e come alleanze militari dal punto di vista sovranazionale, allora conosceremo la sconfitta, e sarà paragonabile a un gigantesco cane che si divora a partire dalla coda.

A rafforzare la narrazione bellica hanno contribuito le immagini delle bare trasportate dal cimitero di Bergamo dai camion militari, ma questi morti non sono caduti in guerra. Come scrive  Marina Sozzi, tanatologa e coinvolta nel gruppo PICS, nel suo blog Si può dire morte

Di fronte al Covid-19, non solo abbiamo paura di ammalarci e di morire. È il “come” di queste morti che ci lascia attoniti. Morti che si consumano in ospedale, forse in terapia intensiva, in isolamento, velocemente, proprio con quei tubi che avevamo attribuito all’accanimento terapeutico e che non volevamo più, nei nostri fine vita.

 

Quello del fine vita è un tema difficile e critico anche in condizioni ordinarie e normali ma che le attuali condizioni rendono a dir poco tragico. Con una morte in solitudine, senza l’accompagnamento e la cura dei propri cari e con una difficoltà in più per i medici nel comunicare con i familiari a causa dell’isolamento.

A tal proposito, un gruppo di medici del Dipartimento di chirurgia dell’Università del Michigan ha sollevato il problema elencando in una lettera al New England Journal of Medicine alcune soluzioni creative adottate dal personale sanitario per avvicinare i pazienti ai familiari:

Questo problema ha portato ad adottare alcune soluzioni creative: gli infermieri possono avvicinare la cornetta del telefono presente vicino al letto all’orecchio del paziente o portare il proprio smartphone all’interno della stanza tenendolo mentre il degente comunica con i familiari utilizzando Skype, WhatsApp o FaceTime. […] Ma anche se si riesce a parlare al telefono con il proprio caro, le famiglie potrebbero sentirsi come se non fossero riuscite a dare l’ultimo addio nel modo corretto – e ci rimane la sensazione che ci deve essere un modo migliore.

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