Tra gli strumenti a disposizione di chi si occupa di comunicazione durante questa grave crisi sanitaria globale, ci sono gli studi portati avanti dalle scienze sociali e comportamentali. Come già abbiamo indicato nella pillola 5, la diffusione di un virus così pericoloso esercita una forte pressione psicologica sugli individui e richiede dei drastici cambiamenti comportamentali. I ragionamenti presenti in questo report interdisciplinare pubblicato in Nature Human Behaviour posso essere quindi molto utili a comunicare in maniera più efficace.

Questo impatto emotivo interagisce con le informazioni comunicate dai media che tendono a presentarle con un accezione più negativa. I media sembrano concentrarsi, ad esempio, sulla percentuale di persone che muoiono, e meno sulla percentuale di persone che sopravvivono o manifestano solo sintomi lievi. Le persone, e specialmente quelle meno brave in matematica, sono più sensibili a questa inquadratura negativa. Fornire la cornice opposta può aiutare a educare il pubblico e alleviare le preoccupazioni di alcune persone. I politici e altri comunicatori devono impacchettare questi fatti usando tecniche basate sull’evidenza in modo che i decisori possano comprendere e utilizzare contenuti complessi.

Ci sembra di poter affermare che i comunicatori della scienza che stanno seguendo più da vicino la vicenda coronavirus prendano seriamente in considerazione queste riflessioni e siano anche in grado di utilizzare gli strumenti interdisciplinari che con il lavoro di PICS abbiamo messo in evidenza. Strumenti che consentono di comunicare efficacemente la scienza superando le false dicotomie che vedono contrapposti l’incertezza e la verità, l’uso di un linguaggio comprensibile e godibile da tutti (pop) e il rigore assoluto nei contenuti, la promozione di un senso critico nei confronti della scienza stessa e al tempo stesso il garantire una certa autorevolezza nei confronti del comunicatore (e dello scienziato).

Un esempio esplicativo di un approccio di questo tipo è rappresentato dalla giornalista scientifica e medico Roberta Villa, una delle persone più impegnate nella vicenda.

Un suo post pubblicato su Facebook il 15 marzo riassume efficacemente molti degli aspetti toccati in precedenza: l’esistenza e le cause dell’infodemia, il ruolo spesso conflittuale dei diversi attori in gioco sul piano della comunicazione, l’approccio interdisciplinare, la cautela su ciò che diventa “verità scientifica”, il linguaggio accessibile, il rigore e l’approccio empatico.

“Houston, abbiamo un problema”. Migliaia di ricercatori in tutto il mondo sono al lavoro su covid-19, e ogni giorno continuano a uscire decine e decine di studi non verificati. A questi si aggiungono i dati pubblicati dalle agenzie nazionali e regionali, gli appassionati di statistica che ci fanno grafici e modelli, gli esperti che trasformano la notizia di cronaca in legge universale. Così non se ne viene fuori. Come cercavo di spiegare in questo vecchio video (molto vecchio e molto artigianale) riguardo ai vaccini, uno studio non fa conoscenza scientifica, tanto meno ora che tutto si dice e si contraddice nel giro di mezza giornata. Il virus è troppo nuovo, le variabili infinite, le cose certe, se lo sono, sono poche.

L’Organizzazione mondiale della sanità, il Centro europeo per il controllo delle malattie hanno a disposizione i migliori esperti del mondo che possono combinare diverse competenze, nessuna delle quali, da sola, in questo momento, consente di avere una visione di insieme: ci vuole quella di virologia, di infettivologia, di epidemiologia, di salute pubblica, di statistica, di modellistica matematica, di psicologia sociale, di comunicazione e sì, anche di economia.

Per questo trovo deleterio che ognuno vada in tv o sui propri canali social a dichiarare le proprie opinioni come se fossero “la scienza”: la scienza è un processo collettivo, che produce risultati in evoluzione. In ogni momento “la verità scientifica” non è data dall’ultimo studio uscito, dalla descrizione di un caso, dal parere di un esperto, fosse pure il più importante al mondo, ma dalla somma sedimentata delle prove più solide raccolte fino a quel momento, su cui concorda la maggior parte dei migliori esperti.

Ecco perché io mi attengo alle indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità e, pur seguendo l’evoluzione degli studi che escono ogni giorno, finché non cambierà quel consenso continuo a ripetervi […] che è meglio per il momento non smettere di prendere i farmaci per la pressione o di non spaventarvi se avete preso un ibuprofen, al di là di quel che dice un politico francese; che la vitamina C non serve a prevenire covid-19, anche se un giornalista che conta di vivere fino a 120 anni o una graziosa sessuologa vanno in tv a dire il contrario.

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