La pandemia di COVID-19 è peculiare per molti aspetti che vanno dalla diffusione “virale” di fake news al ruolo che hanno avuto gli organi di informazione, come abbiamo evidenziato nelle pillole precedenti. Uno degli aspetti che differenzia questo evento di portata storica dagli altri che abbiamo vissuto in precedenza è il ruolo centrale della scienza e degli scienziati all’interno del dibattito pubblico. Dopo decenni passati a contrastare il “calo di fiducia” nei ricercatori e ad analizzare la difficoltà per le notizie di scienza di finire in prima pagina, ci siamo trovati con un’opinione pubblica che ha aspettative altissime per chi, nei laboratori o in ospedale, sta imparando a conoscere e a gestire il nuovo coronavirus. Parallelamente, le pagine dei giornali e gli schermi delle televisioni, dei nostri computer e cellulari si sono riempite di virologi, infettivologi, epidemiologi ed esperti che, a vario titolo, hanno aiutato i giornalisti a raccontare quello che ci sta succedendo e che cosa dobbiamo aspettarci. 

Questa improvvisa attenzione per la scienza e gli scienziati si porta, però, appresso un effetto collaterale: in mancanza di un sistema informativo in grado di interpretare la complessità di una situazione estremamente articolata e mutevole e di maneggiare l’inevitabile incertezza della scienza, per il semplice lettore o ascoltatore è difficile districarsi fra quello che si sa, quello che ancora non si sa, quello che si deve fare e quello che potrebbe aver senso fare, ma non si sa se funzioni o meno. Soprattutto in un contesto nel quale ai pochi fatti si mescolano le opinioni personali a tratti contrastanti degli esperti.

Nei mesi che ci separano dall’inizio dell’epidemia abbiamo assistito a liti fra esperti a colpi di tweet, consigli di comportamento che si discostavano dalle raccomandazioni delle istituzioni e una scarsa attenzione alla comunicazione del contesto e dell’eventuale parzialità dei dati riferiti.

Il caso della persistenza del virus nell’aria, sui vestiti o su altre superfici è emblematico in tal senso, come lo è quello, per certi versi collegato, dell’uso delle mascherine. In entrambi i casi, i dati sono parziali e troppo poco significativi per dare una risposta certa. Come evidenzia il direttore de Il Post Luca Sofri:

Dal primo giorno a oggi, la risposta sensata sulle mascherine non è mai cambiata. Solo che è un po’ articolata, complessa: le mascherine hanno una ovvia, parziale e limitata efficacia nell’ostacolare il passaggio di eventuali “droplets” (non il “respiro”, non “l’aria”, non l’aerosol) che possono contenere materiale in cui il virus è ancora attivo. Sono però un accorgimento di importanza molto minore rispetto alla distanza fisica, al lavarsi le mani, al non toccarsi la faccia, e non devono indurre a false sicurezze, perciò la limitatezza della loro utilità va ripetuta e deve entrare in testa a tutti. Quindi purtroppo non c’è risposta inequivoca alla domanda “le mascherine servono?”: perché la risposta è “possono servire in rare occasioni che non sono prevedibili, ma poco poco”. Non c’è sì e non c’è no. Che è una risposta che non tolleriamo (e contro cui aizzano indignazione persino i commenti sui grandi quotidiani).

In questa situazione abbiamo istituzioni, come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ne raccomandano l’utilizzo solo alle persone malate o a chi le assiste, altre istituzioni come il Center for Disease Control statunitense che consiglia l’uso di mascherine di stoffa fai da te, altre istituzioni, come la Regione Lombardia o il Veneto, che rendono obbligatorio indossare qualcosa, anche una sciarpa, che copra naso e bocca. I mezzi di informazione riportano i risultati di studi preliminari sulla persistenza del virus nell’aria che corredano con simulazioni di “nuvole di virus” che occupano intere corsie dei supermercati. Gli esperti sono stati chiamati a esprimersi personalmente su questo tema sia sul piano dell’opportunità di utilizzarle, sia su tipologie e modalità di disinfezione e, anche qui, abbiamo assistito a esperti che ne hanno consigliato un utilizzo a tappeto con argomentazioni del tipo “è una protezione in più”, “male non fa”, altri che, invece, hanno puntato l’attenzione sulle conseguenze sia in termini di diffusione del contagio sia in termini economici e di impatto sulle forniture rifacendosi alle raccomandazioni dell’OMS.

Questa apparente contraddizione data dall’incertezza e dalla difficoltà, per chi si trova ad avere una posizione di rilievo, di non esprimere la propria opinione personale basata, magari, su decenni di esperienza, si è inserita in quegli spazi lasciati vuoti da una comunicazione istituzionale poco efficace in un momento di urgenza e, per tanto, poco incisiva nella società.

In una situazione come questa, distinguere fra il messaggio del singolo medico, magari inventato, che circola sul gruppo whatsapp, l’articolo di giornale che riporta uno studio di scarso valore scientifico presentato però senza contesto, le opinioni personali di esperti autorevoli in contrasto l’uno con l’altro e le raccomandazioni delle istituzioni è pressoché impossibile.

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